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Monòcrono

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GAR, Milano, 2016
a cura di Vincenzo Argentieri

Uno dei tre desideri che più comunemente l’uomo vorrebbe esprimere al Genio della Lampada è l’immortalità. Eppure l’artista riesce a sviluppare questo senso dell’infinito attraverso l’azione gestuale sul suo supporto finito.

MONÒCRONO nasce all’interno di questa visione artistica e ha l’intenzione di creare – e forse ordinare – un sistema composto da un unico tempo definito e infinito, in cui lo spazio proprio dell’opera diventa l’occasione di fermarsi a riflettere su un irripetibile atto visivo, sezionato e codificato. Quest’idea di unicità temporale ha un diretto rapporto con il luogo in cui prende vita, ovvero una stazione ferroviaria, in cui il “passante”, nella sua abitudinarietà, ripete in maniera automatica un’azione, un gesto corporeo che diventa istante di pensiero.

La bipersonale delle due artiste, entrambe iscritte al terzo anno della Scuola di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Brera, ci introduce in un mondo che non è parallelo alla realtà che esse vivono, ma anzi è spiegazione della loro personale percezione. Contemporaneamente questa visione della vita spinge entrambe ad avere una rappresentazione monocromatica – ma non monotonale – delle cose dell’esistenza.

Flavia Albu è una creatrice della materia: i suoi dipinti ad olio hanno la volontà di plasmare qualcosa d’altro rispetto alla realtà e alla natura, trovando però diverse forme embrionali che imprescindibilmente partono da esse e in esse sono implicite. Il suo è un processo di codificazioni gestuali che porta lo spettatore ad interrogarsi sull’attimo in cui l’opera si svolge: è l’attimo in cui avviene il concepimento del contingente, l’attimo in cui tutto può ancora essere e nulla è certo. Nulla a parte il tempo, che è un unico segmento le cui sezioni diventano la materia impressa sui quadri dell’artista.

Virginia Dal Magro ha una visione frammentata della realtà come della vita: le sue stampe partono da un principio assolutamente tangibile all’interno di uno spazio che è definito. Le opere ci accompagnano lungo la strada tra la porta di casa e le scale di una stazione: è il tempo in cui la nostra percezione mentale compie un viaggio necessariamente breve, ma utile a sviluppare un senso estetico che l’artista qui ci riporta. Come le sue figure senza vista e senza voce, lo spettatore si pone difronte ad un’opera in cui ha bisogno di annullare tutto ciò che già conosce e lasciarsi avvolgere all’interno di questo mondo bidimensionale.